MADEIRA: UN’ISOLA PER UN VINO

Sono Leonardo Manganelli, fiduciario della condotta di Bari di Slow Food e mi permetto di presentare Oriana Capone, l’autrice dell’articolo che segue, che ha partecipato al corso Master of Food – Vino organizzato dalla condotta nel mese di febbraio 2017. Maggiori informazioni su Oriana, sono presenti sulla sua pagina Facebook. A voi la lettura di questa testimonianza simpatica ed interessante.

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Mentre sono a Madeira e mi accingo a scrivere del vino dell’isola portoghese, non  posso che sorridere pensando alla prima volta che l’aggettivo maderizzato ha suscitato la mia curiosità: quello che per molti vini è considerato un difetto- l’eccessiva ossidazione- per questo vino fortificdavato è un punto di forza, poiché ne assicura la longevità. La fascinazione per l’appa-rente paradosso, come un volo pindarico, mi ha condotta sull’isola di Madeira, che in portoghese significa davlegno, nella città di Funchal, il cui nome viene dalla parola funcho, finocchio.

Dall’arrivo ho compreso come nessuna descrizione e neppure l’immaginazione più fervida potrebbero restituire la bellezza di queste montagne, le cui cime spesso sono nascoste da una foschia ovattata, i cui pendii terrazzati sono ricoperti di piantagioni di banani fra le quali si confondono altre coltivazioni, vite compresa. L’isola dei fiori e dell’eterna primavera! A un esperto di vini non sfuggirebbe di certo la varietà di terroir e la conseguente ricchezza di un vino che affonda le sue radici su un fazzoletto di terra che galleggia in una infinita distesa di Oceano.

Mi sono concessa sei mesi di studio, di visite nelle cantine, di scambi di opinioni e di assaggi, di condivisione con gli abitanti del posto; sei mesi di vita a Madeira.

Fin  dai primi giorni mi sono imbattuta in Blandy’s, una cantina antichissima la cui fondazionedav risale al 1811.

Nell’imponente edificio in stile coloniale, osservo la miniatura del ritratto di John Blandy e cerco di penetrare la coltre del tempo e dell’aria severa per scorgere in lui il primo uomo della famiglia che da generazioni produce il vino che allevia le pene e solleva dagli affanni: un vino da meditazione.

Chi a Madeira pensa di trovare vigneti a perdita d’occhio resterà deluso. Viaggiare ed apprezzare la scoperta di nuovi posti spesso è anzitutto staccarsi dal proprio punto di vista: davqui la vite è coltivata insieme ad altri frutti, l’uva è raccolta a mano e venduta alla cantina che si occupa della sua trasformazione. Ciò che rende davvero unico questo vino è il processo di invecchiamento nelle logge, edifici dai tetti in mattoncini e la pavimentazione in legno nei quali la temperatura è molto elevata per effetto dell’esposizione solare. E così dal piano superiore il vino comincerà lentamente la discesa verso il piano inferiore, invecchiando e ossidandosi nelle botti di quercia canadese; un processo che dura anni, un inferno dantesco le cui temperature raggiungono i quarantacinque gradi al piano superiore, per scendere sensibilmente al piano inferiore. Il vino è un piacere peccaminoso, eppure un bicchiere di Terrantez è un’esperienza paradisiaca: il vitigno è il più raro, per questo non esiste una bottiglia che abbia meno di vent’anni.dav

Alzo il calice e mentre l’oceano delle correnti mi scompiglia i capelli penso a quanto sono giovane io che fra poche settimane compio trent’anni, e a come è vecchio questo vino, a quanto la mia storia non è che un breve momento rispetto a tutto quanto mi circonda. Mentre il sole tramonta più tardi rispetto alla mia terra natia, il blu dell’oceano si riversa nelle mie pupille e sento nel petto sciogliersi saudade da terra.

Oriana Capone

Socia Slow Food condotta di Bari

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